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Dogman, una prova di cinema allo stato puro

Quello di Matteo Garrone è un film comico. Eppure non fa ridere, anzi. È un racconto di emarginazione e pena assolute diretto con un timbro narrativo limpidissimo. In Concorso al Festival di Cannes e ora al cinema.
di Roy Menarini

Dogman

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Marcello Fonte (40 anni) 7 novembre 1978, Melito Porto Salvo (Italia) - Scorpione. Interpreta Marcello nel film di Matteo Garrone Dogman.
sabato 19 maggio 2018 - Focus

Dogman è un film comico. Eppure non fa ridere, anzi ci lascia in uno stato di compassione e solitudine. Sosteniamo questa interpretazione per l'evidente parentela che Matteo Garrone e i suoi sceneggiatori hanno tracciato con la tradizione comica: non solo Marcello Fonte, lo strepitoso attore protagonista, ha il volto e la malinconia di Buster Keaton e Pierre Étaix, con qualche ombra di Jacques Tati, ma molte sequenze del film sembrano ribaltare i luoghi comuni della farsa in tragedia. Nel cinema comico, enorme importanza riveste la gag. Gag è una sorta di unità figurativa e narrativa dove si giocano i destini della risata: la sua idea e la sua esecuzione possono - anche solo per pochi dettagli - sfociare in risultati di ironia impareggiabile o in penosi fallimenti estetici. Lo si capisce guardando i comici dimenticati dell'era Chaplin/Keaton, che - pur basandosi su repertori umoristici simili - non facevano ridere quasi mail e sicuramente mai quanto i due maestri.

A Chaplin, Garrone guarda anche nel mettere in scena il rapporto tra Dogman e i suoi cani. Il film comincia con una sequenza formidabile, costruita come una gag appunto, dove Marcello cerca di fare la toeletta a un cane particolarmente aggressivo e ostile. L'impresa sembra impossibile, però dopo alcuni sforzi il cane sembra rabbonirsi e infine mostra un godimento quasi estatico nel farsi asciugare dal phon, esponendo il collo e il muso al soffio di aria calda.
Roy Menarini

Come spesso accade, la prima scena di un film propone le costanti successive del racconto, e da subito - con quella voce da cartone animato e la sua affettuosa dedizione ai quadrupedi - non possiamo non prendere in simpatia il protagonista.


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In foto una scena del film Dogman.
In foto una scena del film Dogman.
In foto una scena del film Dogman.

Il film, poi, inanella sequenze che sarebbero perfettamente comiche se non fossero volontariamente invertite di senso: il cane congelato nel freezer (roba da cinema demenziale statunitense), il duo Marcello/Simone che rimanda a Stanlio&Ollio, la gag della cocaina da raccogliere sul pavimento mentre la mamma non guarda, il buco nel muro da Soliti ignoti, la ciotola condivisa col cane di casa, i movimenti, le corse, le fughe, gli inciampi, gli impacci di Marcello e infine persino la lotta brutale tra il piccoletto e il gigante allude a meccanismi da slapstick (la gabbia, i marchingegni). Un pestaggio, inoltre, avviene in un laboratorio dove si costruiscono maschere e sagome carnevalesche e teatrali, dove spiccano ritratti riconoscibili dei grandi della risata.

Da qui la profonda malinconia di Dogman. Questo raffinato accostamento artistico, invece che stridere o mettere in crisi lo spettatore con controsensi o straniamenti, altro non fa che rivelare la profonda umanità dei personaggi in scena, e del canaro in particolare.
Roy Menarini

Circondato da freak non meno pittoreschi di lui (il casting deve essere stato uno spasso, basti vedere la sequenza in galera), Marcello diventa sempre più solo, abbandonato anche dai pochi amici che aveva, e ormai circondato dalla sola compagnia dei cani e della figlia. Il comico nasconde sempre - come Chaplin insegna - un'anima melodrammatica basata sull'empatia e il compatimento, che Garrone dosa in maniera esemplare consegnando il film al suo attore principale.

Ne esce un racconto di emarginazione e pena assolute, che aveva bisogno di un timbro narrativo limpidissimo per non precipitare nel dimostrativo, nel morboso o nell'autocompiaciuto. Rischio sventato, grazie a una prova di cinema allo stato puro.


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