Opera senza autore

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Un film di Florian Henckel von Donnersmarck. Con Tom Schilling, Sebastian Koch, Paula Beer, Saskia Rosendahl, Oliver Masucci.
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Titolo originale Werk ohne Autor. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 188 min. - Germania 2018. - 01 Distribution uscita giovedý 4 ottobre 2018. MYMONETRO Opera senza autore * * * - - valutazione media: 3,14 su 20 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

riflessioni sull'arte Valutazione 4 stelle su cinque

di carloalberto


Feedback: 3991 | altri commenti e recensioni di carloalberto
venerdý 5 ottobre 2018

 Guardando Opera senza autore ci immergiamo pian piano nel mondo magico di Henckel von Donnersmarck, entriamo gradualmente nella realtà del protagonista, come lui la vede da bambino, mano nella mano con l’amatissima zia a passeggio in una bellissima Dresda prima dei bombardamenti americani, da adolescente, nell’immediato dopoguerra, tra le macerie materiali e spirituali che distruggeranno l’animo sensibile del padre, da giovane artista, alla scuola d’arte di Dusseldorf. La realtà del protagonista, ovvero come la vede e la ricrea sotto i nostri occhi lo stesso regista, è una realtà in cui l’entanglement non è una caratteristica esclusiva delle particelle elementari, come ha scoperto la fisica quantistica agli inizi dello secolo scorso, ma coinvolge tutti noi e producendo un legame fortissimo tra le persone che si amano, in questo caso tra il protagonista bambino e la giovane zia, crea una magia che stravolge la consuetudinaria visione del mondo, lasciandoci percepire l’invisibile filo che collega tutte le cose. La realtà è trasfigurata o meglio reinventata sempre da una visione soggettiva, ma soltanto nell’artista, tuttavia, prende forma e assume il carattere di opera d’arte fruibile empaticamente dagli altri, soltanto nell’artista assume la forza icastica della bellezza e della verità aprendo il mondo a nuove ed altrimenti impenetrabili dimensioni come tentano gli squarci sulla tela di Lucio Fontana. Per il protagonista tutto il reale è “bello” in quanto già trasfigurato nell’opera d’arte o potenzialmente trasformabile e così una qualsiasi fotografia, che è una duplicazione asettica del reale, se viene proiettata sulla tela può essere reinventata divenendo opera d’arte. In questo senso anche il male assoluto, rappresentato dallo sterminio dei “degenerati” e dei diversi, pianificato nella Germania nazista, trasfigurato nell’opera d’arte diviene “bello”. Ovviamente qui il concetto di “bello” deve essere inteso nel senso aristotelico di corrispondente ed equivalente del concetto di “vero”. In alcune scene di Opera senza autore, metaforicamente, i corpi degli amanti, dell’artista e della sua compagna, si sovrappongono fino a combaciare e a formare un’entità unica, a significare che la realtà e la visione della realtà, la bellezza e la verità sono indistinguibili esclusivamente nel vissuto autentico, in questo caso nella visione dell’artista, ed, in senso lato, di ogni uomo che crede, come Parmenide, che l’essere ed il coglimento dell’essere siano la stessa cosa. Tra il male assoluto, rappresentato dal medico delle SS, interpretato da Sebastian Koch, e, agli antipodi, il bene assoluto, impersonato dalla giovane e folle zia, Paula Beer, e dalla moglie del protagonista, Saskia Rosendahl, c’è una scala di grigi in cui si collocano una moltitudine di personaggi ambigui o scialbi, che l’artista rappresenta nelle sue opere in bianco e nero. Tutti i personaggi dipinti appaiono sfocati, privi di contorni netti e definiti, come nelle opere di Gerhard Richter, artista tedesco contemporaneo, alla cui figura si è ispirato von Donnersmarck per il personaggio principale, interpretato da  Tom Schilling. Il film è una riflessione sull’arte in generale ed in particolare su quella moderna, così ostica per il grande pubblico e apparentemente incomprensibile, che è ermetica in quanto nasconde le profonde motivazioni psicologiche degli autori, le  ferite del vissuto di anime trafitte dal dolore, come le tavole di legno su cui l’amico del protagonista, anch’egli artista, continua a conficcare chiodi, come il cranio bruciato dal fuoco che il direttore della scuola nasconde sotto il cappello. E’ una riflessione sull’arte negata e oppressa nei regimi totalitari, nella Germania nazista come in quella comunista della DDR, perché espressione autentica dell’io individuale, non funzionale agli scopi del potere, che ha come obiettivo la creazione di società paragonabili a quelle degli insetti prosociali, di formicai o alveari nei quali l’io individuale deve essere sacrificato in nome del bene supremo della collettività e nelle quali l’arte e la bellezza che l’arte esprime sono temute quanto la verità. La pellicola è un’opera d’arte sull’opera d’arte, una visione artistica dell’arte che, come in un gioco di specchi, moltiplica le immagini del reale o meglio delle visioni del reale all’infinito. Come in un caleidoscopio, le sensazioni e le emozioni dei personaggi come immaginati dal regista si riflettono nel vissuto filmico degli attori e da questi attraverso le immagini e la musica  ritornano in sala colpendo lo spettatore che viene  coinvolto, anche suo malgrado, nella visione poetica del mondo di von Donnersmarck. Il film implicitamente rinvia a “Persona” di Ingmar Bergman, in quanto invita a riflettere sulla essenza della settima arte e, nello specifico, sulla mediazione del linguaggio cinematografico tra il mondo reale, la storia dell’io protagonista, la “voce” narrante del regista e l’io individuale di ciascuno di noi in quanto spettatore.

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